Il 16 ottobre del 1943 Roma conosce purtroppo la prima deportazione e
fatalità il 13 ottobre del 2013, a quasi 70 anni da quel tragico evento e a
cento anni di età, muore nella casa romana dove era agli arresti domiciliari, il
boia delle fosse Ardeatine, Erich Priebke.
Capitano delle SS, fu
esecutore dell'uccisione di 335 civili il 24 marzo 1944 presso le Fosse
Ardeatine, su ordine del generale Herbert Kappler, quale rappresaglia per
l'attentato dei Gruppi di azione patriottica in via Rasella, avvenuto il giorno
prima, in cui erano rimasti uccisi 33 militari altoatesini del
SSPolizei-Regiment “Bozen”.
Fuggito alla fine della guerra in Argentina, Priebke venne riconosciuto da un giornalista che lo intervistò. Venne poi estradato in Italia, processato, in un primo momento assolto per intervenuta prescrizione, poi condannato all'ergastolo.
Fuggito alla fine della guerra in Argentina, Priebke venne riconosciuto da un giornalista che lo intervistò. Venne poi estradato in Italia, processato, in un primo momento assolto per intervenuta prescrizione, poi condannato all'ergastolo.
Un personaggio che ha
fatto parlare non solo da vivo ma soprattutto da morto. Basti pensare alla
difficoltà di celebrare i funerali e soprattutto individuare un cimitero disponibile
ad accoglierlo.
Ma la sua morte ha risvegliato in tutti noi il ricordo o a rivivere nei
cuori le peggiori tragiche idee del Novecento.
Ancora una volta comunisti
contro fascisti, che ci hanno fatto tornare indietro con gli anni, anni che
sembravano essere lontani anni luci ed assopiti dai discorsi sullo spread o
sulla candidabilità di qualcuno.
Momenti
quelli di Albano che hanno mostrato la parte di un popolo che non dimentica, ma
che anche mostrato un Paese ancora in conflitto con se stesso, indignato per
una memoria offesa e nostalgico nello stesso
momento.
Ma Erich Priebke è e
resta l’emblema di un’Italia occupata, in cui i protagonisti sono stati i molti
eccidi come quelli delle Fosse Ardeatine, degli ebrei italiani inviati nei
Lager, del bombardamento su San Lorenzo, di una guerra terribile che ha portato
distruzione, violenze, stupri e morte, ma anche il simbolo di quello che fu
dopo il ’45 con gli orrori del “triangolo rosso della morte in Emilia” e delle
foibe.
Quindi non si tratta
di un capro espiatorio la cui morte porta via tutti i mali del passato, ma attenzione
però ha non trasformare la sua morte e la sua tomba in un simbolo, perché come
ci ricorda Foscolo ne “I Sepolcri”, questa può essere interpretata dai vivi come una celebrazione per quelle azioni che
possono dare per qualcuno un significato alla vita umana e in questo caso dobbiamo
evitare che gli esempi negativi che furono prodotti nel secolo scorso possano
essere emulati.
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